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Gli anni Sessanta e Settanta contrassegnano la nascita di una moda non ufficiale, fortemente legata alla filosofia hippie attraverso cui l’abbigliamento si fa mezzo altro con cui esprimere gli ideali di una controcultura in continua diffusione.

Gli anni Sessanta e Settanta contrassegnano la nascita di una moda non ufficiale, fortemente legata alla filosofia hippie attraverso cui l’abbigliamento si fa mezzo altro con cui esprimere gli ideali di una controcultura in continua diffusione.
Gli stili vengono riformulati attingendo al passato, in un ritorno alle origini dettato da un’esigenza di contatto con la natura e le radici di popoli lontani, alla base dei Grand Tour di quei decenni.
Ha così avvio una moda autoprodotta, che richiama culture visive, mescola pattern e simboli indigeni in un’ibridazione stilistica che va contro la moda ufficiale.
Il poncho, ricavato da uno scampolo di coperta e utilizzato originariamente dai nativi americani per proteggersi dal freddo, viene quotidianamente indossato su pantaloni alla zuava per un’immagine disinvolta e leggera che è propria dei giovani hippies.
Le suggestioni raccolte durante i viaggi portano a superare il semplice richiamo per intervenire sui capi mixando lavorazioni, dall’uncinetto al crochet, e tradizioni.
Le esperienze comunitarie hippies riportano in auge la maglieria, in una volontà di moda rivoluzionaria che, allo stesso tempo, fortemente attrae l’alta moda, si pensi solo alla “regina della maglieria” Sonia Rykiel.
La ricerca dell’originario si fonde con quella dell’originale grazie al patchwork, visto non solo come semplice assemblaggio di differenti tessuti, ma anche come espressione di caleidoscopiche identità.
Esso si fa archetipo stilistico delle ibridazioni di quei decenni per essere reinterpretato nel tempo; basti pensare al citazionismo ironico di Moschino, che con la linea Moschino Cheap and Chic presenta una giacca classica con stampa uncinetto allover, in un remix che scorre tra passato e presente in maniera esemplare.